Lavoro povero e salario minimo: una buona soluzione?
Con il termine “lavoro povero” si fa riferimento a quello svolto da lavoratori i quali non riescono a guadagnare abbastanza per condurre una vita dignitosa, proprio per l’esiguità della retribuzione percepita.
Si può pensare, di primo acchito, che la questione riguardi unicamente i diretti interessati e che dunque, in fondo, non debba interessare i soggetti non coinvolti. Il lavoro povero, però, ha conseguenze devastanti non solo per i lavoratori coinvolti, ma per l’intera economia del nostro Paese.
Il lavoro povero e la questione salariale
La “questione salariale” dunque, ha conseguenze sia sui consumi sia sulla produttività del nostro Paese. Se non si aumentano i salari, e quindi la capacità di spesa, è impossibile che i consumi e il mercato interno possano contribuire a combattere la recessione che stiamo attraversando. Questa stagnazione è accompagna da una bassa produttività, La produttività, pertanto, non cresce, anche perché il costo del lavoro è basso, questo spinge le imprese a non investire, a non fare ricerca e innovazione e a non riorganizzarsi.
Il lavoro povero e le categorie più colpite
Come immaginabile, le categorie più colpite sono i giovani, le donne e i lavoratori migranti.
Il lavoro povero: possibili soluzioni
L’introduzione di un salario minimo legale potrebbe essere solo un primo passo ma non assolutamente sufficiente a risolvere il problema. L’obiettivo deve essere quello di creare più posti di lavoro qualificati in grado di fornire opportunità di reddito ai lavoratori.
Altrettanto importante sarebbe dare la priorità a politiche economiche attive dirette finalizzate a migliorare il funzionamento del mercato del lavoro finalizzate alla buona occupazione, al contempo sarebbe necessaria una revisione delle politiche fiscali e di welfare, con un rafforzamento della contrattazione collettiva.


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